Nouvel article: Sexisme dans le langage

Le Corso di giornalismo della Svizzera italiana est une opportunité de formation dédiée aux journalistes déjà actives dans la profession et qui souhaitent accéder au registre RP. Les étudiants de l’édition 2019-2020 ont lancé un nouveau blog : avec leur permission investigativ.ch republiera les articles qui peuvent être d’utilité aux journalistes d’enquête. Ici: Comment éviter le langage sexiste. Le lien direct au site et un interview video (en italien).

“Es ist ein Mädchen”… E allora?

A cura di Raffaella Biffi e Axel Belloni

«È la prima volta nella storia che due donne si avventurano sole nello spazio». «Es ist ein Mädchen: Angela Merkel prima cancelliera nella storia della Germania». Gli esempi di Repubblica e Tageszeitung sono lo specchio di una discriminazione di genere alla quale contribuiscono anche i media. Espressioni contratte per esigenze di sintesi e slogan veicolati dalla stampa, che si trasformano talvolta in stereotipi più o meno nascosti. L’appuntamento di venerdì con il corso di giornalismo ha offerto a Francesca Mandelli e Pepita Vera Conforti il palcoscenico per riflettere sulla questione di genere.

L’italiano una lingua sessista?
«La nostra lingua non è sessista, piuttosto è il linguaggio che può esserlo»: la giornalista della RSI Francesca Mandelli ha spezzato una lancia in favore dell’italiano, nel cui presunto maschilismo strutturale spesso si tende a rifugiarsi. L’uso a tutti i costi di termini maschili è a tutti gli effetti una discriminazione. Avvocata e architetta sono esempi di corrispettivi femminili entrati a pieno titolo nei vocabolari; la desuetudine fonetica o la cacofonia non devono quindi valere come scusa.

«Benvenuti a tutte»
Non solo attraverso l’uso della lingua e il racconto, il contributo dei media passa anche attraverso un’informazione che rispetti la parità (anche numerica) di genere. «Benvenute a tutte! Così bilancio il “tutti” che ha usato Aldo (Sofia, ndr)», ha esordito così – scherzando ma non troppo – Pepita Vera Conforti, esperta per la formazione continua del DECS. Attivista di lungo corso, attraverso diverse iniziative si è battuta e continua a lottare contro le discriminazioni e la violenza sulle donne. Una battaglia ad ampio raggio che riguarda anche la proporzionalità tra quel 50% di popolazione mondiale spesso sottorappresentata e l’effettiva presenza femminile nella quotidianità. A livello ticinese solo il 30% di chi racconta le notizie, tra dirigenti, capi edizione e capi redattori, è donna. Una percentuale che scende al 25% a livello globale quando si tratta di esponenti del gentil sesso protagoniste di un racconto giornalistico. Dati eloquenti, emersi per la prima volta nel 1995 in occasione dalla Conferenza mondiale sulle donne, che il Global Media Monitoring Project raccoglie in un rapporto ogni cinque anni.

E a livello svizzero? Un’indagine condotta dalla Commissione federale per le questioni femminili ha dimostrato che, per la prima volta in occasione delle elezioni federali del 2015, le candidate non sono state presentate dai media sulla base di stereotipi.
Cinque anni più tardi, la polemica pre-sanremese con il “bella, anzi bellissima” di Amadeus ha mostrato che però un sentimento di malcelato sessismo resiste ancora.

La lezione è finita, fuori dall’aula alla radio c’è di Aretha Franklin. Respect: era il 1967, ma oggi è più attuale che mai…

“Maschilismo non è il contrario di femminismo”: l’intervista con Francesca Mandelli e Pepita Vera Conforti